Hai presente quella persona che, nel giro di due settimane dalla fine di una storia, è già innamoratissima di qualcun altro? Quella che sembra non toccare mai terra, che passa da un partner all’altro con una fluidità quasi acrobatica, e che ogni volta giura che stavolta è quella giusta? Ecco, quella persona potrebbe star vivendo quello che in psicologia viene chiamato, con un nome tanto evocativo quanto preciso, la Sindrome di Tarzan. Come Tarzan, appunto, che non lascia mai una liana senza averne già afferrata un’altra, queste persone non lasciano mai una relazione senza averne già in mano la prossima. E il punto non è la velocità con cui si innamorano. Il punto è perché non riescono a stare soli. E perché, quasi invariabilmente, finiscono per scegliere sempre lo stesso tipo di partner sbagliato.
Il nome è pop, il problema è serio
La Sindrome di Tarzan è un concetto nato nel mondo hispanofono, tra psicologi spagnoli e latinoamericani, e si è diffusa nel dibattito psicologico informale a livello globale. La psicologa Desiree Monteiro Cordeiro, tra i professionisti che hanno descritto questo schema, la collega a tre elementi chiave che si presentano quasi sempre insieme: bassa autostima, incapacità di tollerare la solitudine e bisogno di controllo nelle relazioni. Tre ingredienti che, combinati, producono una ricetta piuttosto disastrosa per la vita sentimentale.
Il meccanismo di fondo è questo: quando una relazione finisce, il cervello vive qualcosa di neurochimicamente simile a una crisi da astinenza. Non è una metafora romantica, è letteralmente quello che succede a livello cerebrale. Le stesse aree coinvolte nei circuiti della dipendenza da sostanze si attivano durante una rottura sentimentale, generando risposte nel sistema dopaminergico e nel circuito della ricompensa. Il dolore è reale, fisico, misurabile. Per chi ha una struttura emotiva già fragile — costruita su attaccamenti infantili instabili, esperienze di abbandono o traumi relazionali — quel dolore diventa semplicemente insostenibile. E allora entra in scena il nuovo partner, che funziona esattamente come un analgesico: anestetizza il dolore, blocca il lutto, regala una scarica immediata di dopamina e ossitocina. Il problema, come con ogni anestetico, è che l’effetto finisce. E quando finisce, il dolore non elaborato è ancora lì, più pesante di prima.
Ma perché sempre i partner sbagliati?
Questa è la domanda che vale davvero la pena farsi. Non solo perché queste persone si buttano in nuove relazioni in fretta, ma perché sembrano attrarre — o essere attratte da — sempre lo stesso tipo disfunzionale di partner. Come se ci fosse una calamita invisibile che punta sempre nella direzione sbagliata. La risposta, come spesso accade in psicologia, è scomoda perché è profonda.
La teoria dell’attaccamento, sviluppata da John Bowlby e ampliata dalle ricerche di Mary Ainsworth, ha dimostrato qualcosa di fondamentale: gli schemi relazionali costruiti nell’infanzia tendono a replicarsi nelle relazioni adulte in modo quasi automatico. Chi ha sviluppato uno stile di attaccamento ansioso o disorganizzato — magari crescendo con genitori emotivamente assenti, incoerenti o iperprotettivi — tende a sentirsi a proprio agio, quasi a casa, in relazioni che replicano quella stessa dinamica caotica. Non perché le voglia davvero, ma perché sono familiari. E il cervello preferisce il familiare all’ignoto, anche quando il familiare fa male.
A questo si aggiunge il problema della fretta. Quando si salta da una relazione all’altra nel giro di settimane, non si ha il tempo né lo spazio emotivo per valutare chi si ha di fronte. Le fasi iniziali di ogni storia sono dominate dall’innamoramento, quella nebbia biochimica di dopamina, noradrenalina e serotonina che trasforma chiunque in un essere straordinario. Chi soffre della Sindrome di Tarzan non aspetta che quella nebbia si diradi: salta nella nuova relazione mentre è ancora in piena fase di infatuazione, portandosi dietro tutti i bisogni irrisolti della storia precedente e proiettandoli sul nuovo partner. Che, ovviamente, non può reggere quel peso.
C’è poi un terzo meccanismo, forse il più insidioso. Chi non si sente abbastanza degno di essere amato tende a sabotare inconsciamente le relazioni equilibrate — che percepisce come sospette, troppo facili, quasi false — e a sentirsi invece magneticamente attratto da dinamiche in cui deve guadagnarsi l’amore dell’altro. Partner distanti, emotivamente poco disponibili, sfuggenti: diventano la sfida irresistibile. È lo schema classico della dipendenza affettiva, e si autoalimenta all’infinito proprio perché gli schemi relazionali tendono a replicarsi finché non vengono consapevolmente interrotti.
Il “chiodo scaccia chiodo”: la leggenda metropolitana più dannosa che esista
Parliamo del proverbio più sopravvalutato della storia delle relazioni umane. L’idea che il modo più efficace per elaborare una rottura sia buttarsi immediatamente in una nuova storia è talmente radicata nella cultura popolare che quasi nessuno osa metterla in discussione. Eppure è, psicologicamente parlando, uno dei consigli più controproducenti che si possano dare a qualcuno appena uscito da una relazione. Usare una persona come strumento per non sentire il dolore di un’altra è esattamente il cuore della Sindrome di Tarzan. Il chiodo non scaccia niente: spinge il dolore in profondità, dove fermenta, si trasforma in ansia diffusa, in paura del futuro, in meccanismi difensivi sempre più difficili da sciogliere.
Il vero lavoro — quello che cambia davvero le cose — è l’esatto opposto: stare nel dolore, attraversarlo, dargli il tempo e lo spazio che merita. Il lutto emotivo non è un optional, non è debolezza. È il processo attraverso cui il cervello e il cuore integrano una perdita e si preparano a qualcosa di nuovo. Saltarlo significa portarselo dietro, compresso e non risolto, in ogni relazione futura.
Si esce da questo schema? Sì, ma richiede lavoro vero
La buona notizia — e c’è davvero — è che la Sindrome di Tarzan non è un destino. È un pattern appreso, e tutto ciò che è stato appreso può essere disimparato, rielaborato, trasformato. Non in modo rapido, non senza fatica, ma in modo concreto.
Il primo passo è riconoscere onestamente di essere dentro questo schema, e questo richiede quasi sempre il supporto di un professionista. La psicoterapia ad orientamento psicodinamico o cognitivo-comportamentale con focus sulle relazioni di attaccamento ha mostrato risultati significativi nel trattamento dei pattern di dipendenza affettiva. Non è un percorso riservato a chi ha problemi gravi: è un percorso per chi vuole smettere di ripetere gli stessi errori relazionali.
Parallelamente, occorre imparare a stare soli — non come punizione, ma come pratica deliberata. Stare soli significa imparare a riconoscere i propri bisogni e le proprie emozioni senza il filtro costante di un partner che li definisca. Significa costruire un’identità che non dipenda dalla presenza dell’altro per esistere. È forse la cosa più difficile per chi è cresciuto imparando che il proprio valore dipende dall’approvazione degli altri. Ed è, allo stesso tempo, la più liberatoria.
Infine, ogni relazione finita merita di essere elaborata con onestà, dandosi il permesso di sentire la perdita senza anestetico. Solo così si evita di portarsi quella perdita dietro nella relazione successiva come bagaglio nascosto. L’autostima vera non si conquista ricevendo amore dagli altri: si costruisce imparando a essere un buon testimone di se stessi, attraverso azioni coerenti con i propri valori, relazioni amicali nutrienti e un dialogo interiore finalmente più gentile.
La Sindrome di Tarzan ci ricorda qualcosa di scomodo ma prezioso: non si costruiscono relazioni sane partendo da un posto di disperazione. La vera connessione — quella che nutre, che cresce, che dura — nasce da due persone che scelgono liberamente di stare insieme, non da due persone terrorizzate dall’idea di stare sole. E quella scelta consapevole non arriva per caso. Si costruisce, un passo alla volta, con entrambi i piedi finalmente sulla terra.
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